Il giornale del popolo – 3 maggio 2015

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«Gesù, voglio tutto»: la storia di Marta

 

di Maria Acqua Simi

 Marta Bellavista è morta a soli 27 anni. Ma in questi 27 anni c’è una ricchezza che ha toccato e cambiato la vita di tanti. Raccontare di Marta è semplice. Basta cominciare dal soprannome, “Trama”. Perché ogni cosa, ogni istante della sua vita è stato un’intensa trama di amicizie, di incontri, di accadimenti che le hanno aperto gli occhi e il cuore. In un piccolo ma bellissimo libro “Voglio tutto” (edizioni Itaca, pp.107) attraverso i suoi scritti, appunti, lettere e dialoghi possiamo incontrare una giovane donna che ha combattuto un tumore che non le ha dato tregua, ma che ha testimoniato con ironia, discrezione, umiltà e capacità di condivisione come una vita spesa nell’amicizia con Gesù sia incredibilmente più bella. Anche nella malattia. «In lei vibra un’intensità di desiderio che investe tutto, a partire dalle sue passioni, dal ballo allo studio agli amici. Desiderio che si condensa in un’unica insistente domanda, quella di essere felice», scrive nella prefazione don Stefano Alberto, docente di teologia all’Università Cattolica e grande amico di Marta. Cresciuta a Rimini insieme ai genitori Giorgio ed Elena e ai fratelli Maria e Giacomo, si trasferisce a Milano per cominciare l’Università: lettere moderne in Cattolica. Tra i chiostri del Bramante incontra i ragazzi di Comunione e Liberazione e in particolar modo Francesco (suo coetaneo che di lì a poco entrerà in Seminario), Anna, Lucia e don Stefano. Nell’amicizia con loro Marta fiorisce. Lo fa con l’ironia tipica – tutta romagnola – che le è propria ma che non è mai stata in contrasto con la sua sensibilità. Si impegna nello studio, partecipa alle vacanze in montagna di CL, aiuta le matricole a preparare gli esami più difficili. «Voglio tutto», scrive. Ancora: «All’incontro con don Julian Carrón lui ha detto: “Tutto il reale è mio, tutto il reale è mio amico”. Se sono sincera anch’io lo posso dire. Mi rendo conto che ho bisogno di una compagnia umana in cui la mia speranza fiorisca». Marta domanda sempre a Gesù di poter avere una vita piena. Sarà esaudita.

Nel 2006, improvvisamente, le diagnosticano un tumore al rene. Scrive all’amica Lucia: «Il problema della mia giornata è diventato quello di rispondere a Gesù che mi dona tutto in ogni momento, sto iniziando a vivere da figlia e questo mi sta donando una letizia che prima non conoscevo». Scrive ancora a don Stefano: «Quello che mi è accaduto e mi sta accadendo è grandissimo: si tratta della mia conversione, dell’inizio della mia conversione. (…) Adesso comincio la chemioterapia, è una parola che mi fa paura ma non sono da sola ad affrontarla. Quanti amici! È una cosa dell’altro mondo! È proprio vero che gli amici sono il Paradiso!». Dopo le cure, ecco una prima guarigione. Marta finisce la specialistica e si reca in Messico per la tesi sulla Madonna di Guadalupe, figura a lei molto cara. Scrive ai suoi amici: «Vivo la tesi come un pellegrinaggio». E ancora «Io non mi sento sola… anche quando fisicamente è così», perché «vivo un dialogo serrato e continuo con una Persona che mi ama».

Dopo la laurea, nel 2008,comincia a insegnare, ma la malattia riappare, aggredendo fegato e intestino. Scrive moltissimo, annota tutto. «La cosa che chiedo quando mi alzo è “CONQUISTAMI». Non ho un desiderio più grande. Io voglio stare con Gesù». Nella notte dell’8 ottobre 2010 Marta muore circondata dagli amici più cari. Tra loro Arianna: «Quello che colpiva di Marta era il fatto che lei fosse sempre lieta. Come se avesse sempre davanti un regalo da scartare: tutta la realtà, ogni incontro, ogni circostanza, era come un regalo. Certa che c’era Gesù che le voleva bene». Silvia, un’altra amica, ricorda: «Aveva una sete di felicità che le cose materiali non potevano colmare. Era la sete di Cristo. Marta voleva Lui, la Sua presenza, fisicamente, realmente. Era lieta ma mai appagata nelle forme in cui si palesava. Questo, dentro la malattia, ha cambiato lei e i suoi amici. La sua stanza di ospedale era un porto di mare, sempre piena di gente. Non era mai sola, e questo ha colpito anche i medici». L’idea di pubblicare il libro, per dirne una, è nata quando una dottoressa, leggendo un articolo che riportava il dialogo di Marta con il padre sul letto di morte, gli scrisse: «Fate conoscere la storia di questa ragazza a tutti. Può aiutare i nostri figli a vivere».

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